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di Angelo De Silvestri
Non sapeva cosa passasse per la mente di Xyfs, ma lui non aveva gradito molto quel compito di controllore della partenza delle forze della Luce. La vista dell’armata degli elfi sconfitti che si ritirava, per un guerriero sarebbe stata già penosa di per sé. Guerrieri distrutti nello spirito per aver perso e nella mente per essere stati costretti per mesi e mesi a difendersi in ambienti bui e chiusi. Lo sguardo perso nel vuoto di quegli esseri una volta così superbi, lo strazio dei feriti e dei moribondi, le insegne di combattimento arrotolate erano stati uno spettacolo da sentirsi a disagio. Certo completamente differente da quello che gli elfi erano soliti dare. Di fattezza umanoidi (forse tra le razze, che avevano invaso la Terra, la più somigliante agli uomini) erano però molto più alti con dei volti glabri molto allungati specie nel mento. Usualmente in combattimento vestivano strane armature che somigliavano a pelli d’animali. Queste erano difficilissime da penetrare tanto che gli elfi erano soliti combattere senza scudi con enormi spade che solo loro riuscivano a manovrare e a due mani. Il loro atteggiamento era sempre regale con un portamento di mera sufficienza verso chiunque non fosse della propria razza. Per quello vederli mesti e sconfitti, metteva a disagio Augusto. Ora però il suo stomaco ne aveva sopra ogni limite: stavano passando i nani. Quei piccoletti gli avevano sempre ispirato simpatia. Alti a malapena un metro, tutti invariabilmente grassocci e con un naso tondo; i maschi, che portavano enormi barbe, erano l’esatto opposto degli elfi. Se questi avevano atteggiamenti altezzosi, i nani erano sempre gioviali anche se brontoloni e un po’ volgari nel comportamento. Abili artigiani dei metalli, dalle loro fucine uscivano le loro superbe corazze brunite e le loro armi: asce, martelli a punta, spade corte da corpo a corpo. Gli uomini, se questo era un merito, avevano imparato da loro a forgiare e costruire le armi. Ora passava quello che rimaneva di quella razza di solito così allegra. I segni dell’epidemia erano evidenti. Sui carri lo spettacolo di decine di infermi ridotti a scheletri. Qualcuno si sarebbe potuto chiedere se fossero le piaghe a tenere insieme quei miseri simulacri di corpi o viceversa. Le sofferenze dovevano essere atroci. I lamenti dei moribondi ne erano la prova evidente. L’epidemia sembrava non aver risparmiato alcuno. Vecchi o giovani che fossero, maschi o femmine. I non contagiati scortavano a prudente distanza i carri. Nei loro occhi convivevano il terrore per la malattia e la delusione della sconfitta. Nessuno poteva dire quale delle due pesasse di più sul morale di quei guerrieri, orgogliosi e solitamente impavidi. Nascosto dietro Xyfs, immobile nella sua mimetizzazione da roccia, Augusto stava per rigettare. - Trattieni il tuo disgusto. Pensa ad altro, pena alle battaglie che ci attendono. Avremo… e molto… da piangere sui nostri morti. – borbottò il drago. A quel rimbrottò l’uomo non ebbe altra reazione che quella di un mesto sorriso. Quanto era cambiato il suo modo di pensare in così poco tempo. Il giovane principe, al racconto del drago sugli accadimenti della Razza in simile circostanza, aveva, in cuor suo, pensato che la reazione dei draghi di fronte all’epidemia, ancorché giusta e comprensibile anzi l’unica praticabile, fosse stata mostruosa e senza cuore. Ora, di fronte a ciò che vedeva, si era convinto dell’esatto contrario. Era stata uno stupendo atto d’amore. Abbandonare o uccidere e rimanerne con il rimorso per il resto della vita, per non far soffrire chi si ama. Chissà cosa ne avrebbe pensato il loro Supremo, chissà cosa ne avrebbe pensato il Signore degli uomini… ; lui, di per sé, credeva che la punizione del rimorso a vita sarebbe stata più che sufficiente a scontarne la pena. Non avevano ucciso i propri simili sofferenti, avevano salvato da pene e atrocità di quel tipo altri loro simili. Si rendeva conto che la differenza, all’occhio di chi non fosse coinvolto, poteva sembrare non esistente, ma c’era ed era anche molto grande. Con un gesto molto umano e poco da guerriero, dette un colpo alla enorme zampa del drago che lo stava nascondendo. Per un attimo pensò che quello non avrebbe certo capito il suo gesto, ma lo sbuffo di Xyfs, una sorta di sospiro di ringraziamento, quasi lo convinse del contrario. “Di sicuro devo ancora molto capire del modo di pensare del mio nuovo alleato” si disse mantenendo il silenzio, imposto dalla situazione, e le emozioni per sé, imposte dal suo amor proprio. Ormai le ultime retroguardie degli elfi e dei reparti magia di maghi e fate avevano attraversato le Colonne Luminose. Erano passate circa due ore dall’ultimo passaggio. Pattuglie di uomini via terra e di draghi via aria stavano minuziosamente setacciando le zone limitrofe alla ricerca di eventuali, per quanto improbabili, ritardatari. Con ogni probabilità, sulla Terra non c’era più alcun reparto dell’Impero della Luce. I due neo alleati guardavano con curiosità la porta spazio-temporale. Entrambi sembravano meditare sul da farsi. - Pensi che ci sia pericolo per i nostri genieri, quando abbatteranno quella struttura? – chiese il principe degli uomini, guardando intorno a quello strano arco di luce che risucchiava o sputava la gente come dal nulla. - Credo di no – si azzardò a dire il consigliere della Razza, non celando nella voce la sua ignoranza sull’argomento – Però sarà meglio ordinare che la demolizione sia fatta a distanza. Potrebbe saltare in aria tutto o chissà cosa d’altro. – - Allora perché non provate voi draghi… sputando fuoco dalla distanza… - - Sputando? Cosa sputeremmo noi? – Xyfs non poté fare a meno di prorompere in una sonora risata, che, oltre a sembrare il rombo di un tuono, innervosì di molto Augusto – Anche tu? Anche tu credi a quella stupida diceria da bambini? Ma ragiona un attimo. Come possiamo produrre fuoco in noi senza bruciare a nostra volta? Oh, per il Supremo, da non credere. Come sono forti le prevenzioni, come possono offuscare la mente anche dei savi le favole raccontate loro da bambini magari per impaurirli e indurli a non fare qualcosa di errato! …e poi te le raccontano con una tale forza di convinzione che ti portano a credere anche al non credibile più avanti negli anni. Sauri che sputano fuoco… ah! …troppo ridicolo… Ragiona almeno tu che puoi, Augusto. – - Oddio… certo… a pensarci con calma… un poco fa ridere – l’imbarazzo dell’uomo era evidente anche se un mezzo sorriso cercava di celarlo e la mente una scappatoia a tanta stupidità superstiziosa – Oh, insomma… credevo che emetteste un gas che si infiamma al contatto con l’aria – non seppe altro che dire il principe. - Gas emessi ed incendiabili… mai sentita questa.- scosse la testa Ydzz - Infatti ogni volta che ti parlo, tu sei costretto a fare grandi salti di lato per evitare di incenerirti… suvvia, ma come fai a pensarle, non dico a dirle… - a questo punto il drago si fece improvvisamente serio – Però! Non è una idea peregrina da scartare… contenitore di gas infiammabile da inviare contro i nemici con tubi orientabili… però! Sì, sì veramente bella! Occorre studiare il problema del ritorno della fiamma, ovviamente. Ripeto, non è una cattiva idea; l’Accademia delle Scienze va immediatamente informata per svilupparla. Riguardo ai nostri lanci di fuoco, la tecnica per lanciare barilotti di polvere che esplode e farne palle di fuoco è stata perfezionata nel corso di molti secoli. Bravo, bella idea quella del gas – e anche lui allungò la mano per dare una pacca amichevole ad un Augusto, rinfrancato nello spirito per l’intuizione avuta. - No! Per favore, sono ancora indolenzito per quella che mi diede Ydzz – lo fermò l’umano che aveva ormai recuperato tutto il suo amor proprio. - D’accordo homo. La tua brillante idea merita un’altra spiegazione. Noi non voliamo come fanno gli uccelli. Le nostre ali non percuotono l’aria ed è per questo che non facciamo rumore nonostante la nostra massa. Noi spieghiamo le ali, che rimangono fisse per sfruttare le correnti atmosferiche. Non so se sai che l’aria calda sale e quella fredda scende… - - Come l’acqua – sentenziò di colpo il principe con noncuranza, ricordando improvvisamente il racconto di Inge. Già la sua Inge, chissà dov’era in quel momento, pensò non senza inviarle un silente ringraziamento per avergli permesso con questa dotta interruzione di riacquistare la sua dignità. - Esatto – proseguì Xyfs, guardandolo con un nuovo senso di rispetto e abbandonando il tono didascalico che aveva assunto, - Ebbene noi sfruttiamo ogni minima variazione termica per veleggiare nel cielo. Le ali sostengono il peso del nostro corpo massiccio portandoci senza fatica dove vogliamo. A terra le ripieghiamo all’indietro e non essendo un grosso peso, non ci accorgiamo proprio di averle. Tutto questo ha l’inconveniente della partenza che deve avvenire da terreno rialzato anche se leggermente. –
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