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di Angelo De Silvestri
-Mio principe, voi apparirete improvvisamente dietro la curva di un sentiero, fiero, in sella al vostro focoso destriero, la spada fiammeggiante al fianco. Indosserete una cotta di maglia di ferro e porterete lo scudo che definirà, senza dubbio alcuno, il vostro lignaggio; i vostri occhi brillanti si intravederanno appena dietro la sottile fessura dell’elmo. Ma chi si nasconderà in realtà sotto quelle vesti di ferro? Sappiate, come lo sanno anche i contadini, che, con invidia, guardano passare un gruppo di armati a cavallo, che sarete un guerriero, un uomo libero e armato. Molti dei vostri amici, dei cavalieri, dei signori dei castelli e delle terre che li circondano amano la caccia, la guerra e i tornei, come li amate voi. Quale sarà la differenza tra voi e loro? Gli umili villani o i servi, che lavorano con il sudore della propria fronte la terra, così come gli onesti artigiani e i mercanti che operano nelle città, tutti provano una sensazione di timore di fronte a questi uomini che, spada alla mano, comandano, giudicano e pretendono una parte delle messi, delle vendemmie, degli armenti o dei ricavati di vendite e manufatti anche se per nobili fini. Per voi sarà diverso. In voi vedranno colui che offre la propria protezione al popolo in pericolo, il proprio giudizio in un arbitrato e, anche, colui che distribuirà pane nei periodi di carestia. Molti saranno anche nobili, ma voi sarete il più nobile e superiore a tutti gli altri uomini siano essi contadini, borghesi, chierici o cavalieri. Voi sarete il Re. – - Oh Sirwilm, tutto ciò mi riempie di gioia e, contemporaneamente, mi fa sentire carico di mille responsabilità. La mente è un turbine di domande: sarò degno di tanto onore? Sarò in grado di gestire al meglio il Regno? Sarò all’altezza delle aspettative di mio padre e del Popolo? Dopo quanto udito potrò continuare a condurre la vita spensierata sin qui avuta? –
Il giardino di Palazzo era il loro posto preferito. Non solo permetteva di stare all’aria aperta (e per un giovane di venti anni quasi significava la libertà al confronto con le austere stanze della biblioteca di Palazzo), ma aveva anche un’intrinseca bellezza. Tutte le più belle piante da fiori della Terra avevano la loro rappresentanza tra quelle aiole. In particolare l’angolo scelto da allievo e maestro per le lezioni era situato ai piedi di un olmo gigante intorno al quale erano sistemati cespugli di rododendri e di iris.
Un solo luogo, a memoria di Sirwilm, poteva essere paragonato a quel giardino… anzi lo superava… sì lo superava… ed era l’incantevole visione dell’intera Gran Burrone. Nulla avrebbe potuto superare il ricordo di quel posto. La creatività delle Entesse, l’immediatezza del passare dal pensiero alla realizzazione senza l’obbligo di passare attraverso intermediari (e quindi travisamenti della idea primigenia), l’amore quasi il narcisismo che quelle creature femminee mettevano nella presentazione di sé stesse sarebbero state insuperate nel tempo. Le Entesse, povere creature, per rivendicare la loro libertà, la loro dignità di femmine avevano scelto la dura strada della separazione dalle creature maschio della specie, con orgoglio quasi con perfida rabbia, ma la notizia della definitiva estinzione dei loro compagni ne aveva senza alcun dubbio affrettato la fine. Difficile, quasi impossibile resistere da soli in un mondo che per quanto amico rimane comunque estraneo a te, nel pensiero, nell’azione, nei sentimenti. Solo la violenza di un condizionamento mentale (e qui un’ombra di tristezza e di rabbia percorse i suoi occhi) ti potevano aiutare a superare una simile situazione, lui e i suoi compagni, lo stesso mitico Finarfin ne erano l’esempio concreto. Ma le Entesse non lo avevano ricevuto, non potevano riceverlo, e avvizzirono nei secoli sino alla cessazione di esistenza dell’ultima di esse. E pian piano nel corso dei secoli quella meraviglia della Natura che era stata Gran Burrone crollò su sé stessa, la forza distruggente delle acque non più incanalate dalla sapienza di quelle femmine marcì i resti di quelle creature, ed ora Gran Burrone era una inguardabile forra fatta di carcasse di vegetali e di rocce aguzze. Un brivido al pensiero percorse la schiena del Paladino.
I due sedevano su una panchina e ai loro piedi su una rozza coperta militare giacevano i libri momentaneamente sottratti alla biblioteca reale. Mastro Bookskeeper non aveva fatto resistenza nel rilasciarli loro, ma addirittura una guerra di trincea. Aveva urlato, chiuso le stanze, interposto la sua persona tra la porta e le loro persone, senza alcun timore reverenziale aveva preso a male parole entrambi gli uomini. Solo l’intervento di Re Leandro aveva ammorbidito la posizione del vecchio bibliotecario e permesso ai valletti del principe Augusto di allontanarsi con i tomi necessari a quella giornata di studio e, mentre li vedeva passare, uno sguardo triste li accompagnava. A difesa del brav’uomo va comunque detto che erano volumi preziosi ed uno di quei tomi, e precisamente “Arte della Strategia Militare”, aveva un solo “fratello” depositato (e altrettanto ben protetto) presso l’Accademia Militare di Transvia. Depositati i libri, i valletti si erano velocemente allontanati ed ora attendevano eventuali istruzioni ai margini del vialetto che portava alla panchina. Fermi nell’atteggiamento che si confà ad un servitore, gli occhi persi nel vuoto come a non vedere ma pronti ad interpretare il minimo gesto del signore, ma nei loro volti c’era l’orgoglio di servire quel principe che tutti amavano.
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