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Libro Primo "Una strana amicizia" - Capitolo X - Parte I PDF Stampa E-mail


di Angelo De Silvestri 

- Ci siamo. Hanno ingaggiato battaglia ed ecco il nostro centro dopo una serie di azioni dimostrative dovrebbe iniziare il ripiegamento. E’ stata una fortuna che tanti dei veterani delle ultime azioni siano di nuovo impiegati in questa ritirata strategica. –
- Principe! Pensi davvero che il vecchio Ydzz sia buono solo a parlare? – rise, ma a chi era vicino sembrò un tuono, Xyfs ancora perfettamente lucido nonostante l’eccitazione della battaglia che si avvicinava – Il nostro consigliere non lascia mai nulla al caso, ricorda sempre questo… mai nulla al caso! Ogni sua mossa ha un significato, anche se di non facile comprensione… neanche per te che sei dalla sua parte. Io commettevo il tuo stesso errore, consolati homo, e ho dovuto, in cuor mio, scusarmi con lui decine di volte. –
- Suvvia, non posso credere che riesca ad elaborare mosse e contromosse e contro contromosse e così a seguire. Xyfs, sarà un ottimo stratega, e non lo nego, ma non esageriamo. –
- Non discuto… vedremo a chi daranno ragione i fatti… -
- Eccoli, Xyfs, arrivano i falchi. Tocca a noi – e poi, voltatosi, ad alta voce – Gente del Weisswald, la nostra azione potrebbe essere decisiva. Mi raccomando, quando i draghi sorvoleranno il nostro schieramento, non distrarsi assolutamente qualunque cosa possa accadere. I draghi, nostri alleati… sottolineo nostri alleati per qualcuno che non l’avesse ancora bene a mente… useranno delle nuove armi. Eventuali strani comportamenti del nemico rientreranno nelle conseguenze derivanti dal loro uso. Ora non è più il tempo delle parole, ma quello dell’azione. Mano alle armi per la salvezza della Terra e per l’onore del Weisswald. –
Di nuovo il grido di guerra venne urlato al cielo da parte della truppa. Molti, forse, scatenavano in esso la tensione per la battaglia vicina.
- Per la Terra! Per l’onore del Weisswald! –

Accanto ad Augusto, Inge non mostrava segni di impazienza, ma controllava l’efficienza delle armi d’attacco e di difesa. Ancora senza elmo, il sole creava strani riflessi tra i suoi capelli, che ancor di più entravano in contrasto con la sua carnagione bianca. Quando si accorse che il suo principe la stava guardando, la giovane abbozzò un sorriso rassicurante che incrociò quello dell’altro. Non si parlarono, ma gli sguardi dissero più di mille parole.

Xyfs aveva impugnato la sua ascia bipenne e la soppesava tra le mani. Poi compì alcune prove di scioltezza vorticando l’arma sulla sua testa. Una specie di vortice investì il principe, che assunse un atteggiamento più guardingo allontanandosi prudentemente dal suo compagno.


Le prime file di orchi e principi demoni erano a meno di cento passi da loro, quando una nuvola di dardi infuocati e frecce si abbatté sulla loro carica. Larghi vuoti si aprirono, ma la massa assalitrice era come una muraglia che scavalcava i suoi morti e feriti e procedeva inesorabile. Le truppe del Weisswald strinsero le fila e si accinsero a subire l’urto. Mentre gli armati stavano per incrociare le armi, un’ulteriore serie di proiettili arrivò sulle truppe dell’Orda della Tenebra. Le catapulte e le balestrer degli umani erano entrate in azione.
Per nulla frenati, i nemici si lanciarono sulle file degli uomini. Il nemico cercava di fare coraggio a sé stesso e terrore agli avversari lanciando urla varie. Gli uomini e le donne del Weisswald attendevano in silenzio spalla a spalla. Le spade si incrociarono. L’urlo di guerra del Weisswald si levò poderoso. Le spade cominciarono a tingersi. Si cominciarono a contare i primi caduti. Le spade quasi cantavano la loro triste canzone di morte. Xyfs, mulinando la sua ascia, creava varchi. Le spade distruggevano vite. Inge e Augusto, come una sola persona, creavano varchi. Le spade tagliavano teste, braccia, gambe. I valorosi guerrieri del Weisswald creavano varchi. Le spade irridevano speranze di vita. Come ombre, nel più assoluto silenzio, nel vociare dei contendenti… e non erano più trionfali grida di guerra, ma gridi di incitamento che i contendenti si lanciavano l’un l’altro… calarono dal cielo le centurie dragoniane e crearono varchi impressionanti. Il primo gruppo “sputò” fuoco sul nemico e questi ebbe uno sbandamento. Il secondo gruppo lanciò strani contenitori di vetro che si ruppero sopra l’orda nemica. La massa avanzante, in spregio ad ogni pericolo, entrò improvvisamente nella confusione più totale. Orchi e principi demoni si agitarono in maniera folle come marionette senza fili, lanciando grida di disperazione. I loro abiti, le loro protezioni e le loro stesse carni si consumarono misteriosamente e andarono come in fumo.
In guerra non c’è tempo per la pietà né per chiedersi i perché e la vista dello sbandamento dell’avversario aumentò l’energia degli umani che intensificarono lo sforzo. La linea nemica cominciò vistosamente ad arretrare. Augusto fece immediatamente suonare il segnale di arresto dell’attacco per le sue truppe. Queste, use ad obbedire in battaglia senza chiedere, bloccarono immediatamente la loro azione per riprendere fiato e allontanare dal campo i propri morti e feriti. Le centurie dragoniane effettuarono altri due passaggi di “fuoco”, poi lasciarono che catapulte e balestre continuassero la loro opera.


- Cosa si saranno mai inventati questi miserabili per ritardare la loro sconfitta? – gli effetti del secondo attacco dei draghi non erano passati inosservati a Nagash che seguiva la battaglia dal suo posto di comando – Comunque e qualunque diavoleria abbiano escogitata, la vittoria non ci potrà sfuggire… solo, eventualmente, essere ritardata. Avanti con lo stesso piano tattico. –


La fermata delle truppe umane venne interpretata dalle orde nemiche come un elemento di debolezza ed insicurezza. Con questa idea nella mente i comandanti avversari, riorganizzate affrettatamente le linee, si gettarono con rinnovato vigore contro lo schieramento terrestre.
L’assalto non colse impreparate le compagnie che anzi speravano in un simile errore di valutazione dell’avversario. Mentre catapulte e balestre continuavano a lanciare, le truppe attendevano nel più assoluto silenzio il nuovo urto. Quando orchi e principi demoni furono di nuovo a meno di una cinquantina di passi, un nugolo di frecce partì dalle seconde file ed ebbe l’effetto di rallentare vistosamente la carica nemica. Eppure i corni orcheschi e le urla degli ufficiali dei principi demoni continuavano nel loro incitamento. Le truppe della Tenebra, condizionate da mesi o anni di addestramento, scavalcarono i corpi dei caduti e proseguirono, anche se con il tarlo del dubbio in mente, a pagare il loro tributo di sangue all’avvicinamento. Ed ecco che di nuovo le linee terrestri e dei combattenti della Tenebra si scontrarono tra loro. Questa volta non ci fu bisogno dell’intervento delle centurie dragoniane per ricacciare il nemico che al primo impatto si sfaldò in molti punti dello schieramento sulla linea di attacco. Il dubbio sull’inutilità dello sforzo aveva creato più danni che le stesse spade. Anche se abituate ad obbedire sempre e comunque, anche se, specie per le orde di orchi, l’odore del sangue faceva quasi da moltiplicatore dell’animus pugnandi, le truppe dell’Orda andavano ricondizionate psicologicamente; la fretta ancora una volta era stata cattiva consigliera.
I comandanti della Tenebra richiamarono frettolosamente i loro soldati su posizioni più arretrate. Su coloro che si ritiravano piombarono dall’alto le centurie dragoniane che trasformarono in una sorta di rotta il già non ordinato ripiegamento.
Gli uomini, in particolare gli squadroni di cavalleria, furono a amlincuore frenati nel loro desiderio di gettarsi sull’avversario in rotta. Questo non fu capito dagli effettivi semplici, digiuni di tattica militare; molte furono le proteste, soffocate immediatamente dagli ufficiali in nome della disciplina militare.
In campo nemico le conseguenze di quella sconfitta locale vennero assorbite senza fatica data la sproporzione numerica delle forze in campo.

Chi non assorbì la sconfitta ancorché locale su quell’ala destra dello schieramento umano, fu Nagash. O meglio, pur nella certezza di un insuccesso solo locale e, sopra tutto, solo momentaneo, non permise a sé stesso di ignorare l’accaduto. In piena crisi isterica, chiamò i suoi aiutanti.
- Punitelo senza pietà… quell’incompetente comandante la nostra ala sinistra va immediatamente punito. Non sento ragioni e fosse anche il figlio del nostro immenso Imperatore… ma sicuramente non lo sarà vista l’idiozia dei suoi geni ereditari… voglio che sia punito di fronte alle sue truppe, qui sul campo. Andate, prendetelo, mostratelo alla truppa mentre lo squartate ancora vivo. Tutti devono rendersi conto che non possono disonorarmi di fronte agli occhi del nostro Imperatore. Andate e fate quello che dovete nel minor tempo possibile. Che tutti sappiano che chi sbaglia sarà punito… chiunque! Via!”.

 
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