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di Angelo De Silvestri
La notizia di Inge e del principe Augusto doveva aver fatto il giro dell’Armata in un attimo, perché arrivati di fronte alle file di quelli del Koeningland li trovarono già con gli elmi in mano ad inneggiare e festeggiare i due giovani. Lo spettacolo aveva dell’incredibile. Sembrava quasi di essere di fronte ad un campo di grano maturo. La massa di capelli biondi degli effettivi della provincia ondeggiava quasi come spighe al vento. Capelli lunghi sia per gli uomini che per le donne, solo le grandi e fluenti barbe ne distinguevano i sessi. Armati di spade e di asce anche essi avevano in dotazione scudi tondi, ma di dimensione più grande. Su questi erano disegnati sulla metà di destra un guerriero con ambedue le mani poggiate sull’elsa di una spada posta con la punta in terra, simbolo della provincia, mentre nella metà di sinistra, ogni reggimento l’animale simbolo della città da cui proveniva. Gli elmi portavano sui lati corni di bue. Vestivano tutti cotte di ferro, solo alcuni sopra di esse indossavano pelli di lupo o di orso e questi erano i comandanti di compagnia. Al contrario dei fanti, i cavalieri portavano uno scudo a mandorla con il simbolo della provincia a destra e l’aquila di casa reale a sinistra. Indossavano corazze di cuoio e gli elmi, senza i corni della fanteria, sul davanti proteggevano solo il naso per gli uomini e naso e mascelle per le donne. Avevano una sola guardiagoletta a destra leggermente più grande del solito su cui era dipinto il simbolo della città di provenienza. I cavalli portavano solo testiere e gorgiere, anch’esse di cuoio come le corazze dei loro cavalieri. Se quello del Koeningland sembrava un campo di grano, l’esercito del Jardin de Bois asomigliava ad una vasta prateria. Rigorosamente vestiti di verde, i fanti del Jardin erano prevalentemente arcieri. Così accolsero i giovani sventolando i quadrati di stoffa con cui si coprivano la testa tenendoli fermi con una striscia di cuoio. Ondeggiandoli era come se l’erba si agitasse al vento. Avevano archi alti almeno un metro e mezzo con i quali in caso di bisogno sapevano anche difendersi nel corpo a corpo. Alla cintura portavano dei pugnali. Indossavano una protezione di cuoio abbastanza complicata: una specie di lorica senza alcuna difesa sulle spalle ma con il collo alto a protezione e con una faretra incorporata sul dietro. Questo facilitava la mobilità durante il combattimento. Essendo un tutt’uno col contenitore delle frecce, potevano sfruttare la possibilità di lanciare anche in corse senza i fastidi di oggetti oscillanti. Sopra indossavano una casacca verde e sul davanti era raffigurata una quercia simbolo della provincia. La cavalleria di Jardin du Bois era uno spettacolo a vedersi; anch’essa era formata per lo più da arcieri. Con archi molto più piccoli rispetto ai loro compagni fanti, compivano evoluzioni continue. Gli squadroni alla carica intersecavano continuamente le linee, tanto che dall’alto si sarebbero potute vedere centinaia di figure geometriche in continuo alternarsi. Questo quando il cielo non si fosse oscurato a causa delle migliaia di frecce che riuscivano a lanciare in rapida successione. Per quella che a molti sembrava una magia, ma che era solo il frutto di una costante pratica di addestramento, nessuna freccia ostacolava il percorso di altre. Accanto agli arcieri del Jardin du Bois, le forze di Porto Sicuro avevano un aspetto decisamente più tradizionale. Spade lunghe, scudi normali, corazze anche per la fanteria, elmi con calata erano l’armamento tipo dell’esercito di questa provincia. Il colore prevalente era ovviamente il grigio del metallo. Lo scudo era fasciato con la punta ocra e le fasce superiori bianche e blu. Agitando gli elmi nel saluto ai giovani, essi avevano messo in luce volti segnati dalla salsedine che i venti portavano contro la costa di Porto Sicuro. Come tutti i volti della gente di mare, anche questi avevano un sottofondo di tristezza. Era gente abituata a sfidare continuamente in mare la morte durante le frequenti tempeste del Mare Grande esterno. Questi soldati non avevano certo paura di combattere contro un nemico fisico, faccia a faccia per di più. La tristezza, che portavano in loro, era qualcosa di più antico. Essa era la testimonianza dell’angoscia di chi da terra o in mare vive nell’attesa di sapere se i propri cari siano o no scampati alle forze della Natura; vive dell’angoscia di sperare che ore di sacrifici possano essere compensati dal ritorno della propria barca in porto. Pur nella continuità delle serrate file dell’Armata umana, si era creato come uno spazio libero tra gli eserciti di Porto Sicuro e Gran Salto. - Qui doveva esserci Sierra Antigua – disse laconico il giovane principe. - Peccato dover fare a meno di quei veterani – commentò Xyfs. - Vinceremo lo stesso – esclamò Inge, suscitando l’immediata reazione positiva dei quattro aiutanti. I due comandanti sul campo dell’Armata alleata si guardarono in volto e sorrisero, ma con mestizia. Avrebbero voluto anch’essi condividere la genuina sicurezza della ragazza, ma sapevano che la battaglia sarebbe stata durissima e dall'esito incerto. Colsero, però, la fiducia di coloro che li accompagnavano che rifletteva senza alcun dubbio quella di tutti gli uomini e draghi che dipendevano da loro. Ne furono rafforzati nei propositi di non lasciare nulla di intentato per ottenere quella vittoria che significava non solo la Libertà ma anche la Sopravvivenza delle razze terrestri. Un possente grido unisono li riportò alla realtà dai loro pensieri. - Per la Terra! Lunga vita e felicità! – i soldati del Gran Salto salutavano con un accenno di inchino il drappello che stava percorrendo il tratto di fronte allo spazio da loro occupato. Vestiti di casacche color ocra, erano armati con spade lunghe, sottili e leggermente arcuate e con pugnali alla cintura. Gli elmi avevano protezione anteriore che nascondeva completamente i volti, mentre dietro riparava sino al collo. Sulla parte superiore portavano un curioso ornamento formato da una serie di piccole lance poste oblique verso il di dietro unite tra loro da un telo. Assurdo anche il solo pensarlo ma la struttura di quei copricapi assomigliava in maniera impressionante a quella dei veleggianti per il trasporto di uomini e cose. Gli scudi erano ovali sbarrati a bande blu e ocra. I fanti a protezione del corpo portavano una difesa metallica solo sul petto legata sul dietro da semplici strisce di cuoio. “Il nemico si affronta faccia a faccia” dicevano un po’ orgogliosi un po’ incoscienti “dietro non serve alcuna protezione”. E il loro coraggio lo avevano sempre dimostrato nelle varie grandi battaglie; le loro ritirate, quelle rare volte che era accaduto, erano sempre state eseguite camminando all’indietro. La cavalleria, invece, portava corazze intere che in rilievo sul davanti recavano la figura di un cinghiale simbolo della provincia, sulla schiena portavano un’asta con in cima una stretta bandiera posta in verticale ocra e blu. Tutti, uomini e donne, portavano capelli cortissimi. Quando si levarono gli elmi nel saluto, scoprirono anche i loro occhi stretti e affusolati. In un contrasto stridente al loro fianco erano schierati i veterani di Eagle’s Rock. Così come silenziose e composte apparivano le schiere precedenti, così vocianti e confusionarie apparivano le seconde. Non c’era un gran ordine nelle loro file. Vestivano corti gonnellini e maglie di lana. I primi erano a scacchi di colori vari, le seconde, a tinta unita, erano per lo più blu o marroni o gialle. O meglio lo erano state, perché sia gli uni che le altre mostravano abbondantemente di non essere nuovi e di aver bisogno di essere lavati. Lacerazioni o macchie varie si potevano contare in specie sulle maglie. L’impressione che davano era quella di un gruppo, seppur numeroso, di straccioni. “Non hanno avuto neanche il tempo di respirare e, dopo la vittoria contro orchi e rinnegati, si sono precipitati qui a saldare definitivamente il conto con la Tenebra” pensò il principe per nulla disturbato da quel disordine e da quegli schiamazzi “Vorrei averne diversi di questi eserciti” L’armamento era il più vario: asce, mazze, spade lunghe, martelli da combattimento e pugnali erano tutti presenti. Portavano al braccio scudi di legno rivestiti di cuoio con borchie di ferro. Non sembravano riuniti in compagnie, ma si raggruppavano a seconda dei colori del gonnellino che era il simbolo della loro città di provenienza. Mentre attendevano di incrociare le armi, stavano seduti per terra in gruppi a giocare a dadi e a bere da grossi otri di pelle, brindando alla loro ultima impresa ovvero la totale distruzione del nemico che aveva tentato di penetrare nella loro provincia. Alticci come erano, insieme alle grida di gioia, lanciarono verso i due giovani diverse battute maliziose. Alcune colsero nel segno perché i due amanti mostrarono segni di imbarazzo evidente. Non portavano protezioni in testa, ma le loro fronti erano dipinte con gli stessi motivi e colori dei gonnellini. Non avevano squadroni di cavalleria, non era certo la montagna il luogo adatto per i cavalli. Al loro posto, esattamente al centro dello schieramento umano era disposta la Guardia d’Onore, a cui questa volta si erano uniti i Paladini. Questo nucleo scelto rappresentava da sempre la punta di diamante della intera armata. Molte battaglie del passato erano state risolte dalla potenza d’urto della Guardia d’Onore. Formata dai figli delle famiglie più nobili del Regno, questo corpo d’élite, rigorosamente di cavalleria, montava solo cavalli bianchi e indossava armature argentee con l’aquila reale della casa reale in oro; come in oro erano le else delle spade e gli stemmi degli scudi bucrani. I larghi mantelli bianchi creavano un effetto ipnotizzante sugli avversari che vedevano avanzare verso di loro come una immensa nuvola foriera di morte. In omaggio alla Guardia d’Onore anche i Paladini avevano abbandonato i loro mantelli e indossato quelli bianchi. Non avevano rinunciato però alle proprie insegne e alle lame di luce. Di contro, in omaggio al valore dimostrato durante l’azione dell’intersezione dei fiumi che aveva condotto nella trappola l’avanguardia della Tenebra, i Paladini, per ordine del re, erano stati posti al comando degli squadroni di quei valorosi combattenti a loro volta onorati da tali presenze. Veramente l’idea era stata, con allusioni all’apparenza casuali ed innocenti, suggerita da Ydzz, che sperava in tal modo di far credere all’avversario di avere non dodici ma un intero corpo di cavalieri armati di lame della luce. Alla notizia portatagli dai suoi draghi delle insolite armi usate dai Paladini, il consigliere si era immediatamente appropriato della menzogna fatta circolare dai Paladini stessi sul dono da parte del fantomatico reparto di Maghi. Anzi per avvalorare la storia agli occhi dei suoi e degli umani si era addirittura proclamato testimone del momento del dono. Se i suoi draghi avevano sibilato in segno di evento quantomeno discutibile (un paio dei saggi dell’Accademia si erano spinti sino a dire come mai possedendo tale tecnologia gli effettivi della Luce non ne fossero equipaggiati, ma erano stati immediatamente zittiti da uno sguardo imperioso del consigliere), ben altra era stata la reazione di re Leandro o meglio del suo seguito che avevano iniziato a magnificare la bontà d’animo di quegli individui della Luce che pur essendo in rotta avevano comunque pensato agli antichi alleati. Tutti quei poveri ignari come scopo secondario avevano quello di far pesare al drago le antiche alleanze con la Tenebra, mentre gli uomini avrebbero a parer loro scelto il meglio con l’alleanza con la Luce. Ydzz li faceva parlare perché questo loro glorificarsi li allontanava dalle giuste domande sulla natura di quelle armi e sul perché, come avevano intuito i suoi, erano apparse proprio in quel momento come dono insperato. A volte gli era capitato di pensare agli uomini che circondavano re Leandro come fossero dei bambini chiassosi e vanagloriosi più abituati a parlare o agire che a ragionare. Bene, se mai avesse dovuto giustificare il suo pensiero, quello poteva essere l’esempio perfetto. Fortunatamente non tutti gli uomini frequentavano le anticamere di Palazzo, Augusto e chi lavorava gomito a gomito con i savi dell’Accademia ne erano l’esempio vivente. Certo che se il trucco fosse riuscito e il nemico si fosse bevuto l’inganno delle lame di luce moltiplicate a dismisura, sarebbe stato un bel colpo depistante. “Tentar non nuoce!” si era detto il drago, semmai il nemico fosse venuto a conoscenza in qualche modo della presenza sul campo di tali armi e delle imprese di alcuni uomini dotati di esse e cadesse nel successivo tranello di crederle in dotazione a tutta la Guardia d’Onore… il vantaggio psicologico sarebbe stato enorme. “Troppi se e troppi ma… però ci si può provare, se ci sono caduti gli homi… perché non il nemico?”. Al passaggio del gruppo, Diego uscì per dare il suo saluto personale al principe e alla sua allieva. Dietro di lui la Guardia batteva in segno di giubilo le spade contro gli scudi e alla voce chiamava il principe e la sua affascinante accompagnatrice.
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