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Libro Primo "Una strana amicizia" - Capitolo IX - Parte I PDF Stampa E-mail


di Angelo De Silvestri 

Xyfs intuì che in quel momento doveva allontanarsi. Non avrebbe mai capito, fino in fondo, quella debolezza usuale negli animali a sangue caldo, chiamata affetto, che legava individui di sesso diverso. I due si erano presi vicendevolmente le mani e si guardavano con uno sguardo idiota uno negli occhi dell’altra. Sperava solo che non lo costringessero ad altri spettacoli usuali nell’accoppiamento.
“Permette la prosecuzione della specie” si diceva. “E con ciò? Che complicazione la loro vita sessuale con l’obbligo del contatto fisico! Quanto è migliore il sistema riproduttivo di noi sauri: le femmine depongono le uova, i maschi fecondano quelle che sono giudicate le migliori. Questo permette di mantenere sempre sana la Razza e di accrescerne le facoltà intellettive evitando la dispersione delle catene genetiche in soggetti non adatti. Oppure… l’essere sauro rischia di farmi dare un giudizio affrettato e di parte… mah, una cosa è comunque certa: a forza di stare con questi homi sto rischiando di perdere la mia identità di sauro!” pensò con un certo rammarico e si allontanò per meditare ulteriormente su questi due pensieri “Nessuno dei due mi sembra sbagliato. Perché?”.

- Mia cara Inge, cosa dirti? La battaglia si avvicina. Sai che lo scambio dei fazzoletti da collo ci obbliga a combattere insieme come un sol uomo nella difesa uno dell’altra sino alla morte se necessario. Credo che non ci sia maniera più semplice e forse più impegnativa di dirsi: ti amo. Non abbiamo più un io, ma permettimi la facile retorica, un noi. Ci siamo uniti per l’eternità nei cuori ancor prima che formalità legali ci uniscano di fronte al mondo. Sai, potremmo fare a meno di queste; ciò che sento nel cuore l’ho anche nella mente. Non sono stato capace a parole di dirti quanto mi sono perso nei tuoi occhi, quanto sia grande il desiderio di unirti a me. L’ho fatto nell’unico gesto senza parole, che sintetizzava ogni pensiero. –
- Augusto, mio principe. Cosa altro devi dirmi per farmi capire che mi ami. Molto spesso, fanciulla o donna, ho cercato di immaginare in quale modo l’uomo della mia vita mi avrebbe legata a lui. Ebbene di centinai di modi possibili che la mia mente ha immaginato, tu ne hai trovato un altro; il più semplice: il tacito giuramento di fedeltà dato dallo scambio dei fazzoletti da collo. Hai detto tutto: in vita e in morte, al di là degli obblighi della legge; al di là delle consuetudini umane; al di là anche della ragione: parafrasando l’Antico Codice che mi ha insegnato Diego:
I – Non avrai altro compagno che me;
II – Non ucciderai il nostro amore legandoti ad altri;
III – Non ruberai il mio amore non meritandolo;
IV – Non ingannerai me mai dicendo il falso.
Cosa posso volere di più. Hai giurato nei miei confronti un atteggiamento che supera i legacci di un contratto legale. Sono unita a te come, e più, se un giudice avesse redatto un contratto di matrimonio. So bene cosa significhi per te onore… tu erede di una stirpe di re che per l’onore hanno anche saputo morire sui campi di battaglia. Lo hai scritto negli occhi che per te un impegno vale quanto la vita. Semmai tu dovresti avere eventuali dubbi sul mio di comportamento. Ebbene sappi che quello che ho detto per te, vale anche per me. Anche io sono cresciuta nella cultura dell’onore. –
- Cara Inge, hai saputo descrivere i miei sentimenti meglio di quanto avessi mai potuto fare da solo. Ora lascia che ti avverta di una cosa. Come membro della famiglia reale, e a maggior ragione come erede al trono, il mio codice di comportamento mi impedisce di ritirarmi di fronte a qualsivoglia pericolo. Dovrai pertanto seguirmi anche in imprese che possano sembrare disperate, ma che, ti assicuro, potrebbero ribaltare l’esito di uno scontro. Il comportamento di un capo, e questo lo sai, determina il comportamento di un’intera compagnia; quello di un generale di un esercito; quello di un re di un’intera nazione. Chi è capo, ha il dovere anche di morire ma non quello di fuggire. Di fronte a qualsiasi pericolo deve rimanere ben saldo, petto in fronte al nemico. Come da un padre il figlio deve mutuare l’esempio, così da un capo lo deve il suo popolo. Questo mi ha insegnato il re mio padre fin da bambino. Lui stesso ebbe maniera di impararlo sul campo di battaglia; l’esempio lo dette mio nonno che morì ma non retrocesse di fronte al nemico. Dolce Inge, impererai, forse, speriamo, in seguito che un re o una regina non hanno una vita fatta di soli privilegi; anzi, penso che un buon re debba avere doveri in maggior misura… Ma i tuoi occhi mi dicono che non sarai tu a farmi pentire di averti dato fiducia. –
- Pensiamo invece al dopo, Augusto, quando avremo battuto questa minaccia della Tenebra. Alla gioia della vittoria e della sicurezza di vivere insieme. Pensa un attimo al “ritorno a Thera” come ha detto il consigliere Ydzz. –
- Diavolo di un drago; ha messo in testa un sogno anche a me e da cui non riesco a sottrarmi. Ogni azione che svolgo è rivolta a vedere se è in funzione di Thera. Come può un individuo qualsiasi non pensare ad un mondo pacifico in cui ogni sforzo sia rivolto solo al progresso della comunità; ad un mondo in cui si possa dimenticare il significato della parola guerra; ad un mondo in cui l’uso delle armi sia solo un’attività fisica di puro divertimento? Ah, perché questa utopia non si trasforma in realtà? Cosa mi impedisce di essere il futuro sovrano di un tale Paese? –
- Loro, principe Augusto. Ma noi oggi vinceremo e i nostri figli avranno un padre al comando di un regno di pace… un nuovo regno – la voce di Inger passò da una durezza inusitata, impensabile in lei, ad una intonazione trasognata.


E sognava veramente! Mentre pronunciava queste parole, un’immagine passò nella sua mente. Una scena incredibile: in una stupenda isola… sembrava una di quelle di fronte a Porto Sicuro… meravigliosi giardini si inframmezzavano ad enormi piramidi come quelle della leggenda di Thera. In aria insieme a stormi di uccelli variopinti una miriade di strane macchine, simili a draghi di ferro, trasferivano uomini e donne da un edificio all’altro e dalla terraferma all’isola. Le persone indossavano tuniche corte di vari colori. Inge intuì, nel sogno ad occhi aperti, che a eguale colore corrispondeva eguale attività. Infatti coloro che si affannavano intorno ai giardini vestivano tuniche verdi; quelli che guidavano quelle strane macchine tuniche azzurre; quelli che sembravano controllare e vigilare sul movimento pedonale lungo i viali, marrone; e così via.
In mare alcune piattaforme sostenute da pali erano come terminali di enormi cabine di vetro che scendevano nel mare all’interno di altrettanto enormi tubi anch’essi in vetro. Le cabine trasportavano persone e cose verso e dal basso.
Ed Inge, nel suo sogno, si fuse con l’acqua e scese verso il basso per vedere dove portavano quelle cabine. Dopo qualche migliaio di piedi si ritrovò sbalordita ad ammirare un mondo sommerso. Un mondo anch’esso popolato di umani e di strani animali che sembravano estremamente intelligenti. Uomini e animali nuotavano affiancati in perfetta armonia. Quegli umani vivevano tranquillamente come pesci nell’acqua. Una scena la colpì particolarmente: intorno ad una roccia della profondità marina, su cui crescevano una quantità di piante dai bellissimi colori… rosso, rosa, viola, indaco, verde, verde, giallo, argento… galleggiavano… o camminavano? …un uomo ed una donna attorniati da tre di quegli strani animali. Ambedue gli umani erano di una bellezza sconvolgente. La loro pelle era di colore azzurro, i capelli di colore grigio cenere; le loro orecchie erano a punta; le dita delle mani e i diti dei piedi erano uniti tra loro come da una membrana. Queste le uniche anomalie, per il resto all’apparenza erano completamente umani.
Il maschio indossava un perizoma di pelle di squalo tenuto su da una cintura di alghe impreziosita da conchiglie e stelle marine di vari colori. Al collo portava una collana di rametti di corallo e di denti di squalo. Era armato di lungo tridente d’oro. Al polso un vistoso bracciale d’oro a forma di corona.
La femmina indossava un perizoma rosso di un tessuto ad Inge sconosciuto, ma di una bellezza infinita. Anch’essa portava una cintura di alghe impreziosita da conchiglie e stelle marine variopinte. I seni erano ognuno racchiuso da un’enorme conchiglia, entrambe le quali sostenute e legate tra loro da catene formate da piccole conchiglie. Al polso un bracciale di coralli rossi con una enorme perla bianca. Al fianco un pugnale con manico e lama di osso.
Gli animali che sembravano giocare intorno a loro erano simili ma non uguali ai pesci. Al primo sguardo erano più eleganti. Avevano una testa completamente differente: la zona della bocca era più lunga ma tondeggiante con due file di denti, una superiore ed una inferiore, aguzzi ma piccoli. La zona sopra la bocca, anch’essa tondeggiante, sembrava quasi una fronte umana. L’impressione era rafforzata dagli occhi posti sui due lati nella zona di confine tra bocca e fronte; non erano tondi ma oblunghi come quelli degli uomini. La pinna dorsale, le due ventrali e quelle caudali erano non filamentose ma vere e proprie appendici del corpo allungato e snello. Le pinne caudali erano orizzontali e non verticali, rispetto al corpo centrale. Inge si sorprese nell’intuire che quegli strani suoni stridenti provenivano dagli animali ed erano perfettamente capiti dai due umani.

 
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