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Una semplice giornata di lavoro PDF Stampa E-mail
di John Hunt 

 

Stavo nel mio ufficio intento a fumare una sigaretta, davanti a me stavano i moduli, ma non avevo una gran voglia di compilarli, era una solita giornata di lavoro. Aspiravo lentamente assaporando l’aroma del tabacco quando arrivò il portatore di cattive notizie. Il tono era tranquillo e normale, ma qualcosa nei suoi occhi mi mostrava il suo disagio.

- Signore sta arrivando un altro carico. Deve andare alla rampa. -

Io Sbuffai e premetti la sigaretta nel portacenere poi lo guardai e dissi:

- E' in anticipo, da dove è che arriva? -

- Dall’Ungheria. -

E con questo finimmo i convenevoli, io non volevo dire di più e lui non si aspettava altro, ma rimase lì in piedi ad aspettarmi. Mi alzai in piedi lentamente stirandomi le ossa, poi presi il cappotto e lo indossai con un gesto elegante, sapevo che mi stava bene indosso e di questo ne ero fiero, presi il berretto e me lo calai in fronte, quindi aprii la porta ed uscii dall’ufficio. Percorsi il corridoio in silenzio, lui mi stava dietro alcuni passi, l’unico rumore era quello dei miei stivali sul pavimento di legno.
Arrivato in fondo feci per aprire la porta.

- Si copra signore - disse lui - fa freddo… -

Quelle parole mi colpirono e mi disgustarono, quella finta premura da parte di qualcuno che ben sapevo mi disprezzava, mi dava fastidio, così non risposi, ed uscii fuori.
Subito il freddo mi colpì il viso, un freddo intenso. La neve turbinava spinta dal gelido vento invernale, istintivamente mi chiusi nel cappotto per ottenere un pò di calore. Lui non lo guardai neanche, sapevo già che misero spettacolo avrei visto.
Percorsi la strada un passo alla volta, cercando di evitare il fango e le pozzanghere. Se c’era una cosa che non sopportavo era avere gli stivali infangati fino al ginocchio, certo non ero io che li avrei dovuti pulire, ma l’impeccabilità nel vestire è una virtù.
Sentivo in lontananza l’abbaiare dei cani, e mi ripromisi appena tornato a casa di prendere un qualche cucciolo; ah che gioia avere una di quelle piccole palle di pelo che ti corre tra le gambe per offrirti amore incondizionato. La mia mente tornò a Rolf il cane lupo che era morto alcuni mesi prima, era vecchio e soffriva tremendamente, era stata una liberazione fargli quell’iniezione, quello sì che era stato un giorno triste.
Poi arrivai alla rampa che costeggiava il binario da cui di lì a pochi secondi sarebbe giunto il treno con i pacchi da scaricare.
Gli addetti erano già pronti e in attesa di riceverli.

Vidi un paio dei miei colleghi e li salutai con un cenno, si faceva a turno e quel giorno ero io ad avere la responsabilità del carico.
Intorno tutto era bianco e un paio di addetti avevano un gran da fare per evitare che la neve si accumulasse sulla rampa, avrebbe potuto ostacolare le operazioni di scarico.
Voltai lo sguardo per controllare che tutto fosse in ordine, i camion erano pronti e in attesa, l’unica cosa che mancava era proprio il carico.
Rimasi lì in piedi cercando di scaldarmi ma senza darlo troppo a vedere, non sarebbe stato molto consono se me ne fossi andato in giro a sbattere le braccia per scaldarmi, così rimasi fermo, facendo dei disegni nella neve con la punta dello stivale.
Poi lo udii e fu come uno squillo di tromba, il fischio del treno. Un debole suono come il ritmico ansimare di un qualche gigantesco animale, e infine la vidi, prima era solo il fanale anteriore che fendeva l’oscurità poi iniziai a distinguere il fumaiolo e le sovrastrutture, era uno spettacolo grandioso. Ancora mi ricordavo quando bambino avevo visto il mio primo treno, era così grande, come un drago, e fu lì che decisi che avrei fatto il macchinista. Successivamente la vita mi aveva condotto su un'altra strada ma il fascino rimaneva immutato.
La locomotiva entrò sbuffando, superò il grande arco di ingresso, scivolò davanti a me e con un fortissimo sibilo si fermò.
Esaminai il convoglio, solo sei vagoni, almeno il carico era piccolo, ci sarebbe voluto poco per sbrigare la faccenda.
Per alcuni istanti tutto rimase in silenzio, poi gli addetti aprirono le porte dei vagoni e fu il consueto caos. I cani iniziarono ad abbaiare e gli uomini a urlare, io per mia parte esaminavo i pacchi rimanendo lì in piedi; ne valutavo le condizioni e quelli che andavano bene li mandavo sui camion. Come di consueto erano più quelli che non venivano caricati che i pacchi buoni, ma del resto era prevedibile, le istruzioni erano esattamente queste: di scartarne il più possibile. Stancamente smistavo, destra, sinistra, sinistra, sinistra, destra. A nessun pacco degnavo più di uno sguardo ma questo bastava per valutarne lo stato.
Poi il mio sguardo si fermò su un pacco, ne rimasi colpito, sembrava conosciuto ma non ne ero sicuro. Era una giovane donna della mia età, molto carina; i capelli neri le incorniciavano il viso e dai suoi occhi scuri trapelava un senso di orgoglio, quasi di sfida. Il mio sguardo scorse su di lei, per un attimo provai quasi un brivido di desiderio, ma la vista di quella stella gialla cucita sul vestito mi fece passare ogni velleità. Accanto a lei stava una bambina, poteva avere non più di tre anni e non sembrava spaventata. Mi guardava con curiosità, e quando la guardai negli occhi mi sorrise, e io, beh che altro potevo fare, le sorrisi a mia volta e poi la scartai assieme alla madre.
Tutto fu rapido. In dieci minuti i pacchi che potevano lavorare erano stati caricati sui camion mentre gli altri si incamminavano a piedi attraverso il bosco, in direzione della grande colonna di fumo che si vedeva salire verso il cielo.
Almeno il freddo aveva i suoi lati positivi, né odori né ceneri aleggiavano nell’aria.
La colonna si incamminò lentamente mentre gli addetti alla sorveglianza li guardavano attentamente, reggendo le mitragliatrici e pronti ad intervenire.
Cercai con lo sguardo la donna e la bambina, ma non le vidi, e non me ne curai.
Mi voltai e tornai verso il mio ufficio. Lui era dietro di me, in silenzio, ma io sapevo che quell’ebreo macilento che un tempo era stato uno dei medici più brillanti di Cracovia, e che ora mi era stato assegnato come assistente, avrebbe ben volentieri voluto uccidermi, ma non importava, lui sarebbe diventato cenere molto prima di me.
Ripercorsi la strada e rientrai nell’ufficio, mi tolsi il cappotto e vidi che gli stivali erano sporchi, ebbi un moto di stizza e me li tolsi, li gettai all’ebreo che li afferrò al volo con una prontezza di riflessi sorprendente.

- Puliscili…- ringhiai.

Lui fece un inchino ed uscì.
Io mi sedetti sulla poltrona e mi accesi un'altra sigaretta, si decisamente ci voleva un cane per riempire il vuoto che aveva lasciato Rolf, al suo pensiero sentii come un magone al cuore. Guardai l’orologio, era tempo di smontare, un'altra giornata di lavoro come tante altre era finita.

 
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