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Editoriale di Natale - Parte I PDF Stampa E-mail
di L. B. 

 

Armand era sempre il primo e l’ultimo ad uscire dalla redazione sportiva. Arrivava al giornale verso le 13.30, entrava in riunione con il direttore, usciva a pranzare per trenta minuti e, tornato in ufficio, si tuffava nel lavoro fino a quando non aveva chiuso le pagine dello sport. Chiunque passasse nella sua stanza lo trovava fisso davanti al computer a battere sulla tastiera; inizialmente la rapidità con la quale digitava gli era valsa il soprannome di beep beep, il velocissimo struzzo dei cartoni animati della Warner Bros, ma questo nomignolo era stato sostituito dopo poco tempo da un altro: “clemenza”.
Entrato quattro anni prima al xxxxx come collaboratore esterno della redazione sportiva, nell’arco di 24 mesi Armand si era guadagnato il favore del caposervizio grazie ad una costante produzione di articoli di interesse e ad alcuni scoop che misero in difficoltà i “rivali” delle testate nazionali sportive. Grazie alla sua bravura fu chiamato per effettuare alcune sostituzioni, ottenne il praticantato e successivamente l’iscrizione all’ordine dei giornalisti professionisti e, infine, l’assunzione al giornale. In brevissimo tempo, Armand era diventato uno dei giornalisti più conosciuti d’Italia e, dopo che il suo capo andò in pensione, divenne il braccio destro del suo sostituto del quale prese il posto dopo soli 3 mesi.
Grazie al nuovo caposervizio, gli spazi sul nazionale e in cronaca erano i primi del giornale ad essere pronti per la stampa. Chi crede che velocità non sia sinonimo di qualità ha ragione ma il caso di Armand è la famosa eccezione che conferma la regola. Una volta entrato nella stanza dei bottoni della redazione sportiva, Armand si trasformò in un Robespierre della carta stampata; i collaboratori (tutti impiegati nelle pagine di cronaca) che mandavano gli articoli in ritardo, non scrivevano bene e avevano fatto copia e incolla dei lanci di agenzia per i loro pezzi, anche solo una volta, erano stati tagliati. Una carneficina degna del periodo del terrore che seguì la rivoluzione francese.
I risultati però, diedero ragione ad Armand. Le new entry selezionate personalmente da lui erano precise, puntuali ma soprattutto informate: verificavano sempre le fonti, spedivano gli articoli entro le 18 (tranne quando dovevano seguire delle gare che iniziavano nel tardo pomeriggio) ed avevano una competenza superiore alla media negli sport che seguivano. Le pagine sportive della cronaca diventarono le più lette in città. Per quello che riguarda l’edizione Nazionale, Armand chiese al direttore di ridurre le sue pagine da sei a quattro: le prime due erano dedicate alle squadre di calcio della città del suo giornale, la terza agli argomenti più importanti del calcio nazionale ed internazionale mentre la quarta riguardava gli altri sport. A tal proposito, non era inusuale che Armand desse meno spazio al calcio nel caso le notizie sulle altre discipline fossero più interessanti.
Un argomento, invece, al quale Armand non riservava neanche tre righe per una breve erano le manifestazioni benefiche. Secondo il giovane caporedattore, gli sportivi partecipavano a quel genere di iniziative solo per farsi pubblicità. Inoltre, i soldi raccolti durante quegli appuntamenti erano troppi pochi per poter servire a qualcosa e probabilmente non sarebbero neanche arrivati al beneficiario: più facile che finissero nelle tasche degli organizzatori.
Guai, quindi, a chiedere ad Armand di avere spazio per parlare di questi argomenti, soprattutto sotto Natale. Fu così che si conquistò il soprannome di “clemenza”.

Era l’una di notte del 22 dicembre e Armand era ancora in redazione. La mattina prima era stato riaperto al pubblico il vecchio stadio da calcio della città, chiuso da diversi anni per lavori di ristrutturazione. Il sindaco aveva garantito che l’impianto era sicuro e che presto avrebbe ospitato incontri di calcio e rugby. Uno dei collaboratori della redazione di Armand, però, aveva scoperto che in realtà i lavori allo stadio erano consistiti in una semplice verniciatura della struttura e l’aggiunta di seggiolini colorati sulle gradinate in cemento. Così, mentre tutti i quotidiani sarebbero usciti riportando pedissequamente le parole del sindaco, il suo giornale avrebbe fatto uno scoop invidiato da tutti. Armand scese all’edicola notturna, comprò i giornali freschi di stampa e risalì in redazione. Come accadeva ogni volta che l’xxxx pubblicava un’inchiesta sportiva esclusiva, il giovane caporedattore controllò che nessuno avesse pubblicato la stessa notizia uscita sulle pagine del suo giornale. Il taglio del nastro del vecchio stadio non aveva ricevuto molto spazio, l’apertura delle pagine sportive era dedicata ad un’importante iniziativa benefica per il Natale che coinvolgeva 30 azzurri di altrettante discipline sportive.
Armand scoppiò a ridere. Pensò alle facce che avrebbero fatto i suoi colleghi una volta letto l'articolo. “Questa robaccia benefica annebbia il cervello alla gente” pensò “per parlare di questa gara si sono disinteressati dello stadio. Meglio per noi”.
Non appena terminò quel pensiero il giornalista sentì un intenso odore di fumo invadere la sua stanza. Chi stava fumando in ufficio? Armand si affacciò nel corridoio pronto a riprendere il fumatore. Vuoto. Poi andò nelle altre stanze del suo piano sperando di cogliere in flagrante il colpevole. Deserte.
“Possibile che non ci sia nessuno? Adesso chiamo il centralino”
Mentre ritornava nella sua stanza Armand vide del fumo uscirne fuori. Forse non era di sigaretta l’odore che aveva sentito prima ma di qualcosa che andava a fuoco. Dimenticando l’assenza dei suoi colleghi, preso dal panico per un possibile principio d’incendio, prese un estintore e si scapicollo nella sua stanza. Non c’era fumo e neanche odore di bruciato.
Il caporedattore si sedette al suo tavolo, pensieroso, tenendo l’estintore tra le braccia. “Prima sento odore di sigaretta, poi vedo del fumo uscire dalla mia stanza e infine non trovo segni di nessuna di queste due cose. Sono sicuro di non sbagliarmi. Adesso chiamo Vanghetti agli Interni. Quello è un salutista convinto, riesce a sentire l’odore di una sigaretta in una stanza anche 1 giorno dopo che è stata fumata”.
Armand alzò la cornetta del suo telefono e digitò l’interno di Vanghetti. Nessuna risposta. Forse Vanghetti non c’era, doveva recuperare alcuni giorni di ferie prima della fine dell’anno.
Se Vanghetti non era in ufficio, allora l’uomo giusto per quel compito era Rinaldi, un altro naso fine con l’odio per le sigarette. L’interno di Rinaldi era libero ma nessuno alzò il ricevitore dall’altra parte.
“Ma dove sono andati tutti, sono solo le…”
Armand alzò gli occhi verso il grande orologio a muro che aveva appeso sulla parete di fronte alla sua scrivania. Le lancette si muovevano in senso antiorario.
Per lo stupore il caporedattore abbandonò lungo i fianchi le braccia e l’estintore che ancora aveva in grembo gli cadde pesantemente su un piede. Nessun dolore.
Armand si tolse la scarpa. Nessun segno sulla calzatura né sul piede. “Ma come…”
Poi, ancora una volta l’odore di fumo di prima. “Ancora?”
Solo che questa volta era più forte, più definito. “Questo è un sigaro”.
In pochi secondi la stanza fu completamente avvolta nel fumo, non si vedeva nulla. “Deve essere un sogno. Lancette che vanno al contrario, un estintore mi cade sul piede senza ferirmi e, nonostante l’ambiente sia saturo di fumo, non tossisco e non mi lacrimano gli occhi”.
Formulato questo pensiero, il fumo sparì di colpo così come era apparso . L’invisibile mantice che lo aveva soffiato nella stanza adesso lo aveva risucchiato fuori.
“Adesso ne ho la certezza, sto sognando”.
Armand non era più nel suo ufficio ma in un ambiente nuovo. Sedeva su una poltrona al centro di un salone quadrato completamente in legno, lunga una decina di metri e larga altrettanti, illuminato solo da un grande camino acceso che si trovava alle sue spalle, grande quasi quanto un lato della stanza sul quale erano appese delle calza colorate straboccanti di dolci. Sulla parete di sinistra c’era tre finestre ad arco, affiancate da tende color rosso ed oro; a destra, invece, c’era un antico arazzo raffigurante una città sul mare e una grande scalinata che scendeva verso il basso. Il pavimento era un bellissimo parquet di legno di noce a lisca di pesce di un colore leggermente più chiaro di quello usato per le pareti. La cosa più straordinaria era il soffitto, costituito da una struttura trasparente attraverso la quale si poteva ammirare il cielo più stellato che Armand avesse visto. Per ammirare meglio quello spettacolo Armand alzò la testa verso l’alto, nel farlo si dondolo all’indietro con la sedia tanto che perse l’equilibrio e rovino per terra. Sembrava un astronauta pronto al lancio per lo spazio: seduto, con le spalle rivolte al suolo e il volto al cielo. Armand rotolò di lato mettendosi a quattro zampe. Adesso guardava per terra e ansimava leggermente: la schiena gli faceva male.
«Non ti preoccupare, non è la schiena che ti fa male ma il tuo orgoglio».
Armand giro la faccia di scatto verso l’angolo dal quale era arrivata la voce. Dal buio emerse una lunga figura che passò accanto al giornalista senza degnarlo di uno sguardo e proseguì spedita verso l’altro lato della stanza continuando a parlare: «In questo luogo nessuno può ferirsi veramente. Se provi dolore è perché ti sei vergognato della caduta e hai pensato cose poco cortesi. Non ti preoccupare, non sei il primo a cui accade».
Armand, ancora dolorante, si mise seduto per terra girandosi verso il misterioso ospite. Adesso lo vedeva di spalle. Aveva un completo grigio scuro ed eleganti scarpe di pelle. Lo vide arrivare dall’altra parte della sala, allungare una mano dietro una tenda verde che ne copriva completamente il fondo e tirarne fuori una sedia sulla quale si sedette. Nell’oscurità, per un attimo si accese un fiammifero, poi l’unica cosa che si vedeva erano due gambe accavallate e, all’altezza di dove doveva esserci il volto, la brace di un sigaro.
“Questo è un sigaro”.
«E’ la seconda volta che lo dici questa sera».
Armand aveva già sentito quella voce ma non riusciva a ricollegarla ad un viso.
«Chi sei?»
«Dire che è un sigaro è approssimativo» continuò la voce incurante della domanda «Questo per esempio è di una qualità straordinaria ma in pochi sarebbero capaci di notare la differenza, magari direbbero che puzza meno degli altri. Incompetenti. Il problema è che le persone fanno di tutta l’erba un fascio, tendono a generalizzare. Guarda te per esempio»
«Io?»
«Quando si parla di beneficenza pensi che siano tutti ladroni, che non serva a nulla e che i soldi non saranno mai destinati a chi ne a bisogno ma alle tasche di qualche delinquente. In molti casi è vero. Tu, però, cosa fai? Anziché investigare, cercare di capire cosa sia genuino e cosa no, cosa abbia un’utilità sociale e cosa arrichisca dei ladroni patentati, ti fermi alle apparenze e non te ne curi. Sei come chi dice che i sigari puzzano tutti allo stesso modo».
«Il sigaro fa male» disse Armand senza sapere cosa rispondere
«Solo se lo aspiri. Ma questa comunque è una vecchia scusa che usavo con mia moglie e con te. Forse è per questo che tu non fai beneficenza: non la aspiri perché fa male. Peccato che tu non abbia capito che quel tipo di aria dovresti respirarla a pieni polmoni anziché passarci attraverso in apnea».
«Cosa diavolo?»
«Alt. Parti con il piede sbagliato. Quella è la concorrenza e ti posso garantire che dove siamo ora non ce ne è traccia».
Forse per il colpo alla schiena o per l’odore del fumo che questa volta gli stava veramente dando fastidio, Armand capì che non stava vivendo un sogno. Prese con una mano la sedia dalla quale era caduto aiutandosi ad alzarsi. Una volta in piedi si scrollo la polvere dai pantaloni, si aggiusto la camicia che era uscita dai pantaloni nella caduta e guardò dritto verso la brace di sigaro che ardeva a intermittenza nel buio, l’occhio di fuoco di un ciclope che apriva e chiudeva le palpebre.
«M – I – D – I – C – A – D – O – V – E – M – I – T – R – O – V – O – E – C – H – I – E’ – L – E – I!»
«Sono il tuo vecchio caposervizio scemotto e ti trovi nella residenza di Babbo Natale. E’ un po’ che non ci si vede vero?» disse l’uomo in grigio alzandosi dalla sedia e uscendo dall’oscurità.
«Dal tuo funerale» fu la considerazione di Armand non appena lo vide. Le ultime parole che riuscì a pronunciare prima di svenire.
 
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